COLONIA E ALTROVE
This year the International Women Day does not celebrate emancipations rights and equality. Reflecting on what happened in Colonia last January it seems that a new international framework emerges : women’s bodies into the public space face once again a globalized gender violence .



La Giornata Internazionale della Donna del 2016 non celebra processi di emancipazione eguaglianza e diritti. Schiave sessuali, morti, violenze, ratti di fanciulle, vessazioni infinite in ogni area del mondo colpita dalle guerre , le conseguenti fughe per salvare la vita a se stesse e alle famiglie: le cronache raccontano.


Si bussa e non si entra alle porte della benestante e vecchia Europa.
L’ OTTOMARZO 2016 una minoranza femminista si interroga su un tema cruciale, appena sfiorato dalle cronache e rapidamente cancellato, quella brutalità di gruppo consumata nella notte di Capodanno a Colonia, Repubblica federale tedesca, il motore politico ed economico dell’ Unione.

 

Tre i sostantivi usati per definire quella notte : rabbia disagio e stupore. Rabbia a mio parere è una definizione utile per descrivere una posizione collettiva e personale su quanto accadde. Disagio e anche sconcerto di fronte al silenzio calato sulla vicenda che concerne la relazione del corpo delle donne e la sfera pubblica.

Stupore, no.


Non c’è stupore di fronte alla spiegazione che si è costruita e che si è diffusa nelle pubbliche opinioni. Si è costruito nell’immaginario, una volta di più, un punto di vista nei media che si appiattisce su un facile luogo comune che descrive l’Islam come altro da noi/diverso da noi/pericoloso per noi.


Non è di questo di cui abbiamo bisogno: ci occorre invece una dolorosa ma sincera e reciproca discussione che rifiuti preconcetti e pregiudizi, perché se nel sentire diffuso serpeggia una sorta di certificata alterità araba , tribalità innata da contrapporre alla civitas, non possiamo dimenticare che non è questa la strada, perché si dimentica il tema centrale dello stupore della rabbia del disagio profondo di Colonia e altrove:
la presenza delle donne, dei corpi delle donne nella sfera pubblica, una presenza che disturba siano o siamo donne tedesche italiane arabe o musulmane.

Le cronache delle Primavere arabe “oneste”, se così si può dire, avevano già raccontato nelle rivoluzioni di quell’ aspetto rilevante la violenza di genere ,durante le manifestazioni di piazza.
La violenza di genere già espletata dai regimi autoritari nei confronti delle manifestanti donne durante la primavera araba che aveva indignato l’opinione pubblica. In realtà lo stupro, la violenza di genere, la molestia sessuale, le torture restano un’arma diffusa ovunque ci siano regimi illiberali usata per intimidire le donne che sostengono il cambiamento politico.

 

Si scelga il contesto, si scelga la regione del mondo ecco la violenza espletata contro le donne che agiscono nella sfera pubblica.
Il non contrasto a queste azioni è il punto di svolta: privare le donne del raggiungimento dei loro diritti in tutti gli ambiti della sfera pubblica, non perseguendo i reati dal punto di vista giuridico e/o non giudicandolo dal punto di vista della vittima, le marginalizza sempre di più.

 

La violenza manifesta o sotterranea ostacola le donne alla partecipazione, alla politica, escludendole nell’influenzare l’ agenda politica nel momento in cui la probabilità subire violenza agendo nella sfera pubblica, le metta a rischio.

 

Il diritto all’eguaglianza non può essere procrastinato e se la violenza non viene contrastata la parità di diritti non verrà mai raggiunta.
Rileggendo qui e là cronache degli anniversari della Rivoluzione in Egitto , in un testo del 2013 si legge:

“Corre voce che gli istigatori siano prezzolati e riforniti di armi. Le violenze descritte sono estreme, e assomigliano a tattiche di guerriglia organizzata in cui a volte le donne vengono completamente denudate e sottoposte a stupri di gruppo, spesso brutalizzate con le mani, mentre la polizia resta indifferente a guardare la scena. Nel 2005 lo stesso regime di Mubarak aveva utilizzato tattiche analoghe per intimidire e smorzare sul nascere le manifestazioni di resistenza popolare.”

 

È lo specchio di un mondo in cui una donna diventa un potenziale bersaglio di attenzioni sessuali per il semplice fatto di muoversi in uno spazio pubblico, specialmente se lo fa, nel caso del Vicino Oriente senza la compagnia di un marito o di un fratello.

Le molestie sessuali ai danni di donne egiziane non sono solo un qualcosa che può accadere a chi non porta indosso i simboli del pudore. Non è un qualcosa che capita prevalentemente a chi non porta l’hijab o a chi auspica una separazione tra Stato e religione. Succede a tutte, indistintamente.

 

Le molestie sessuali sono state e diventano sempre più un’arma di guerra alle donne.
“Vengono riportati casi di aggressioni coordinate, in cui gli uomini agiscono in gruppo e la polizia nelle vicinanze si rifiuta di intervenire. “

 

Una notizia tra virgolette senza tempo né spazio valida per molte stagioni. Ed era già accaduto nel Medio Oriente: la rivoluzione iraniana che riportò dall’esilio l’ayatollah Khomeini in Iran, nel 1979 conquistò il potere con il sostegno di milioni di iraniane, ma immediatamente dopo fece del proprio meglio, per estromettere le donne dalla sfera pubblica. In Iran il governo impose il chador anche con la forza. Era già accaduto, ma è stato in fretta rimosso, in un passato molto vicino, in Bosnia e per tutto il tempo che è durata la guerra nella ex-Jugoslavia, la guerra, dopo la seconda guerra mondiale, di nuovo sul suolo europeo.

 

Strappare i vestiti a una donna e stuprarla in pubblico manda un messaggio chiaro: lasciate a noi la politica.

I diritti delle donne non sono solo una questione di laicismo e islamismo. Si sta parlando del diritto di essere umani, nello spazio pubblico, che tutte dobbiamo strenuamente difendere strenuamente.

 

E ancora occorre avere attenzione a tanti messaggi striscianti e pericolosi che alimentano scenari preoccupanti. Il nostro è un tempo di crisi economica, culturale, democratica. E allora conviene riportare le donne a casa, riportare valori familiari tradizionali, diffondere una immagine delle donne modesta e invisibile.

 

E’ questo l’inquietante messaggio che rischia ancora di più della violenza di allontanare le donne dalla sfera pubblica dalla parola politica. Modest fashion, hijab style, glamour abaya..se anche stilisti di grido iniziano a raccontare alle donne che i loro fino ad oggi corpi esibiti come oggetti hanno bisogno proprio ora di modestia e pudore per essere al passo con lo stile, è davvero il momento di riflettere e rispondere a uno
spirito dei tempi che di violenza terrori e sottomissioni per le donne sta facendo un obiettivo primario senza alcuna incertezza da contrastare.




lunedì 21 marzo 2016
Giuliana Cacciapuoti - esperta in cultura islamica e del mediterraneo

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