‘Creo abiti per esplorare idee non per compiacere i mercati’.
“Modest fashion” termine usato ufficialmente a Torino il 28 luglio 2015 in occasione di un simposio internazionale in cui furono codificate le principali caratteristiche del vestire modestamente, con abiti larghi e fluidi per non rivelare le forme del corpo e pochi centimetri di pelle scoperta, è il filone di moda dedicato alle musulmane che vogliono seguirne i dettami senza trasgredire i precetti religiosi. Tutte le religioni tendono a preferire per le donne un abbigliamento “appropriato” e consono ai criteri di decoro e modestia; questo è opinabile e discutibile, egualmente però la possibilità di seguire la moda e nello stesso tempo non infrangere i dettami del proprio credo religioso risolve problemi pratici.
Il mercato dell’abbigliamento religiosamente corretto è esploso velocemente e rappresenta un interessante terreno di riflessione per quanto concerne la sua effettiva validità per sostenere l’empowerment delle donne musulmane. Dall’osservazione nascono delle domande: ci troviamo, forse, di fronte a un ambiguo e subdolo artificio per ostacolare la reale emancipazione delle donne musulmane? E in particolare per tutte coloro che vivono, lavorano e acquistano moda islamicamente corretta, nei paesi poco liberali - se non dittatoriali - dell’area mediorientale la scelta è davvero libera? Detto ciò si tratta di un settore economico di grande rilievo, da miliardi di dollari. Le ragazze tengono moltissimo allo “stile modesto “.
Dall’Europa agli Stati Uniti passando per la Turchia, gli Emirati, l’Arabia Saudita e l’Iran è una gara nel combinare il Modest Dressing con le mode globali e mainstream, con tutti i marchi internazionali che si contendono le influencer musulmane nel settore del fashion. Hana Tajima-Simpson è un'artista visuale, blogger, modella e stilista britannico-giapponese; è una delle top designer in questo campo e dal 2015 collabora con il marchio giapponese Uniqlo. Nata nel 1986 in Gran Bretagna, madre inglese e padre giapponese, convertita all’Islam a 18 anni ha iniziato da allora a indossare l’hijab. Oggi vive negli Stati Uniti. La sua collaborazione con il brand nipponico è iniziata disegnando il primo hijab per il mercato indonesiano (un suo hijab è stato esposto al MoMa nella mostra Items: Is Fashion Modern?) e si è poi ampliata fino a includere abiti, capispalla e abbigliamento da giorno. Tutte le collezioni di Tajima per Uniqlo non sono solo sinonimo di modestia per le donne musulmane, l’intento è offrire abitibelli per tutte, e che esaltino e accolgano ogni tipo di corpo femminile.
L’opinione di Tajima sul grande affare della moda musulmana è chiara. “Cresciuta in un ambiente ateo, mi sono convertita all’Islam e da quel momento il mio lavoro di designer e artista visuale ha mutato prospettiva: dalla prosa alla poesia. Era necessario un approccio diverso, le coordinate erano mutate e i limiti da affrontare mi sono sembrati molto più interessanti. La maggior parte degli stilisti si interessa all’aspetto economico del mercato del lusso mediorientale, fa bene i compiti a casa sapendo cosa funziona, e come al solito stilisti uomini disegnano abiti meravigliosi per le donne. Parlano ai mercati finanziari, non alle donne musulmane. Per noi l'abbigliamento può essere un mezzo di espressione personale. Nel mondo occidentale, dove l'hijab è regolarmente ritenuto un simbolo di oppressione, ci sono donne che non sono disposte a perpetuare questa idea. Una donna che sceglie di indossare l'hijab in autonomia esprime di per sé una forma di liberazione. La differenza ora è che queste donne adottano sempre meno l'abbigliamento tradizionale della generazione dei loro genitori, e nel caso di coloro che si convertono all'Islam, potrebbe non esserci un patrimonio culturale musulmano specifico da cui attingere. Al contrario, gli abiti che disegno servono a ciascuna per elaborare la propria esperienza e definire la bellezza a modo proprio.”
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