C’è una notte, nel cuore del mese di Sha‘bān, che invita al silenzio interiore e alla verità con se stessi.
Il 4 febbraio scorso si è celebrata una ricorrenza molto sentita del calendario lunare islamico, che cade a metà del mese di Sha‘bān, Laylat al -Bara'at o Shab-e-Barat, la quindicesima notte di Sha‘bān, che arriva circa due settimane prima del Ramadan.
È Laylat al Bara'at, conosciuta anche come Notte del Perdono: è un momento di profonda introspezione e riflessione spirituale, dedicato alla ricerca della misericordia divina e alla contemplazione del proprio destino per l’anno a venire. Il suo nome unisce laylat (notte) e barā’ah (perdono, assoluzione), ed è conosciuta in persiano e urdu come Shab-e-Barat. In questa notte i cuori si aprono alla preghiera, in moschea o tra le mura di casa, con un desiderio comune: ritrovare pace, equilibrio e rinnovamento spirituale . Nel mondo arabo si preferisce in prevalenza una celebrazione privata, con la visita alle tombe dei propri cari, secondo una tradizione attribuita al Profetai.
In Iraq si usa distribuire dolci ai più piccoli. È anche un tempo in cui la beneficenza assume un valore profondo, come gesto concreto di fede e responsabilità verso gli altri.In Asia meridionale la festività assume carattere pubblico e la notte si illumina di luci e fuochi d’artificio, in India Pakistan e Bangladesh si preparano molti dolci come halwa, il dolce di semolino oppure di riso da condividere con parenti amici e bisognosi. È una celebrazione della speranza e dei nuovi inizi.
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