Mona Eltahawy giornalista e attivista per i diritti per le donne musulmane vive tra Egitto, dove è nata a Port Said, e New York USA, dove è stata naturalizzata.
Esponente di molti movimenti tra cui Mosque Me Too, che denuncia degli abusi sessuali sulle donne musulmane negli spazi religiosi come le moschee, ha scritto saggi e pubblicazioni in tutto il mondo.
Argomenti principali l'Egitto e il contesto arabo-islamico, le problematiche femminili, le questioni politiche e sociali del mondo musulmano. Ha collaborato con New York Times, Washington Post, Guardian, Time. Per anni ha lavorato come corrispondente dal Medio Oriente, soprattutto per la Reuters. Il suo primo libro, Headscarves and Hymens: Why the Middle East Needs a Sexual Revolution uscì a maggio 2015; nello stesso anno in Italia fu pubblicato “Perché ci odiano”. Questo testo è molto interessante e autobiografico.
Quando nel 1982 la famiglia Eltahawy si trasferisce dalla Gran Bretagna in Arabia Saudita, per Mona, quindici anni, è come ritrovarsi all'improvviso in pieno Medioevo. Mai avrebbe immaginato un paese in cui le donne sono private di molte libertà, escluse dalla scena sociale e costrette a dipendere dagli uomini perfino negli spostamenti più banali. Questa traumatica esperienza segna l'inizio della sua militanza. Eltahawy si schiera affinché la doppia lotta che le donne islamiche intraprendono, quella nel contesto pubblico, in prima fila accanto agli uomini contro i regimi di oppressione, e quella nella sfera privata, dove c'è un intero sistema culturale e familiare da abbattere, venga alla luce.
Dallo Yemen alla Tunisia fino all'Egitto, Eltahawy denuncia legislazioni, fatti di cronaca e vicende individuali per raccontare il mix letale tra tradizione, cultura patriarcale e religione che sfocia nell'oppressione e nell'odio verso le donne: Mona è persuasa che nessun paese arabo troverà mai pace ed equilibrio finché non avrà risolto la questione femminile. Una delle fotografie iconiche di Mona Eltahawy fece il giro del mondo; fu quella che la ritraeva con entrambe le braccia ingessate sulla copertina di TIME. Anno 2011: Piazza Tahrir al Cairo era il fulcro della Rivoluzione egiziana; qui migliaia di attiviste resistevano alla violenza della polizia e di molti “compagni nella protesta” che interpretavano in maniera errata la presenza di donne di ogni età nello spazio pubblico. Tutte, elevando al quadrato il rischio personale, erano in piazza come Mona per protestare e manifestare, rivendicare il loro spazio di libertà. Preceduta dalla sua fama per l’attività giornalistica e i premi ricevuti, Special Prize for Outstanding Contribution to Journalism dell’Anna Lindh Foundation e il Samir Kassir Prize for Freedom of the Press; conferito dall’Unione Europea, l'attivista fu aggredita, molestata e arrestata dalla polizia.
Un suo messaggio inviato fortunosamente mentre era in stato di fermo in poche ore dette il via ad una mobilitazione globale per il suo rilascio immediato. La campagna hashtag freemona coinvolse cittadini, giornalisti, attivisti, accademici di tutto il mondo e anche la diplomazia americana, contribuendo in maniera significativa alla pressione internazionale sulle autorità del Cairo, costrette a rilasciarla rapidamente. Mona Eltahawy con la sua intensa attività giornalistica, attraverso le sue frequenti apparizioni sulle principali televisioni americane, ha contribuito in maniera significativa alla rappresentazione della primavera araba sui media e nell’opinione pubblica statunitense, spesso lottando per modificare temi e termini della narrazione.
Spinta dalla popolarità e dalla rilevanza delle proteste in corso in tutto il mondo arabo e l’ondata inarrestabile del movimento Se Non Ora Quando in Italia, in collaborazione con l’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia e il Consolato di Napoli, nel 2012 partecipò all’Università degli Studi di Napoli l’Orientale a un incontro sui temi cruciali per il suo impegno professionale e politico, intitolato “New Media and Free Speech (Nuovi Media e Libertà)”.
La foto di questo post la ritrae con me a destra accanto a Mara De Chiara che con il Centro Archivio Donne promuoveva l’incontro. Il tema di allora si concentrò sul ruolo dei social media e della libertà di parola nella Primavera Araba. Sfortunatamente i rivolgimenti arabi hanno fallito per le donne. “Le donne non sono oggi più vicine alla liberazione di quanto non fossero prima delle rivolte” osserva la giornalista americana-egiziana, che continua a chiedere una rivoluzione sociale e sessuale in Medio Oriente, invitando tutte le donne del mondo a considerare il femminismo una battaglia vitale e necessaria ovunque.
Nel 2023 Mona El Tahawy ha dialogato su femminismo, patriarcato e attivismo, di nuovo all’Università l’Orientale presentando il suo libro i "Sette Peccati Necessari”. Gli eventi a Napoli hanno sottolineato il suo ruolo come voce critica sia contro i regimi militari che contro l'estremismo religioso, promuovendo una rivoluzione femminista, in cui ancor più oggi con i terribili scenari di guerra in tutta l’area mediorientale, diventa obbligatoria e necessaria.
Leggi qui: New Media and Free Speech con Mona Eltahwy
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