Rihla è uno dei più famosi reportage di viaggi di tutti i tempi, nell'era della grande forza globalizzatrice dell'epoca medievale: l'Islam.
L'opera ci mostra settecento anni dopo i viaggi del suo autore, quanto il mondo di allora fosse globalizzato esattamente come quello odierno. Nel 1325, a soli 21 anni, Ibn Baṭṭūṭa, noto con questo "soprannome" scherzoso che significa figlio dell'anatra o meglio con i piedi piatti, lasciò Tangeri in Marocco, con un obiettivo preciso: raggiungere La Mecca per compiere il pellegrinaggio rituale. Non poteva immaginare che quel viaggio sarebbe durato quasi trent’anni e lo avrebbe portato a percorrere una parte enorme del mondo allora conosciuto.
Dopo aver attraversato il Nord Africa, l’Egitto, la Siria e la Palestina, arrivò a Mecca nel settembre del 1326. Ma invece di tornare a casa, proseguì il suo viaggio verso Iraq e Persia, visitando città come Baghdad, Bassora e Tabriz. Negli anni successivi avrebbe raggiunto lo Yemen, l’Oman e le coste dell’Africa orientale. Il suo itinerario divenne sempre più vasto: attraversò l’Asia centrale spingendosi anche nella Russia meridionale e sino alla Malesia e alla Cina, percorse parte delle rotte della Via della Seta, arrivò in India, soggiornò alle Maldive e a Ceylon/Sri Lanka secondo quanto racconta nella sua opera. Complessivamente avrebbe percorso oltre 100.000 chilometri, una distanza straordinaria per l’epoca.
Ibn Baṭṭūṭa non si limitava a spostarsi. Era un osservatore attento: descriveva città, paesaggi, commerci, pratiche religiose e abitudini delle popolazioni che incontrava. In India, dove rimase per diversi anni, arrivò anche a ricoprire il ruolo di giudice al servizio del sultano di Delhi. Il viaggio fu tutt’altro che semplice. Nel corso delle sue peregrinazioni affrontò malattie, fame, sete, tempeste e attacchi, arrivando persino a essere derubato dai pirati dopo un naufragio.
Eppure continuò a spostarsi, tornando più volte alla Mecca e incontrando lungo il cammino sovrani, studiosi, mercanti e comunità di culture diverse. Narra anche le vicende della grande pestilenza in cui incappò durante il viaggio di ritorno verso la sua città natale Tangeri in Marocco. Giunto in Siria nel 1348 (748 dall’Egira) soggiornava ad Haleb (Aleppo) nel nord del paese, alla frontiera settentrionale del regno mamelucco, quando giunse notizie di una terribile malattia a Gaza, al confine con l’Egitto e che si diffondeva a grande velocità.
Ibn Baṭṭūṭa lasciò Aleppo e viaggiò verso sud. A Homs incontrò la malattia che vi era scoppiata all’improvviso, non entrò nella città e andò verso Damasco; qui la situazione era drammatica: oltre duemila morti al giorno. Ebbe modo di descrivere nella Rihla la tragedia della città, ma non racconta come evitò di contrarre la malattia. Lasciò la capitale della grande Siria dopo luglio, in buona salute, mentre tutto intorno infuriava l’epidemia. In questo frangente riuscì poi a arrivare a Gerusalemme dove la peste si era allentata, e poi veleggiando sul Nilo si trovò a essere in vantaggio sull’avanzare del contagio.
Dopo varie deviazioni alla fine, registrata la grande decadenza delle città che aveva visitato nel pieno del loro fulgore, Cairo splendente ora era una landa desolata, capì dunque essere giunto il momento del ritorno in Marocco. Vi giunse nel 1354 (756 dell'Egira), e l’anno successivo iniziò la redazione delle sue cronache di viaggio.Dopo il ritorno in Marocco, intorno al 1354-1355, il sultano di Fez gli chiese di raccontare le proprie esperienze. Ibn Battuta dettò così le sue memorie al poeta Ibn Juzayy, dando origine alla Rihla, il celebre resoconto dei suoi viaggi.
La "Rihla ovvero Il dono degli osservatori" è molto più di un racconto di avventure e di viaggi. È una preziosa testimonianza del mondo islamico del XIV secolo, delle sue città, delle sue rotte e delle relazioni tra popoli e culture. Proprio per l’ampiezza dei territori descritti, Muhammad Ibn Baṭṭūṭa è con Marco Polo e Zhwng He ancora oggi è ricordato come uno dei più grandi viaggiatori ed esploratori della storia.
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